Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, un manifesto

Fonte: volanodesign.wordpress.com
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C’era una volta Guy Montag, che non aveva un solo dubbio al mondo. Bruciava i libri per lavoro, in un mondo in cui i pompieri venivano chiamati per appiccare il fuoco e non per spegnerlo. In un immaginario futuro, Bradbury colloca una vera e propria dittatura, che impedisce il possesso dei libri, che con vari espedienti fa sì che la gente non possa fermarsi troppo a pensare. Questo classico della letteratura distopica può essere per vari motivi accostato a 1984 di Orwell: entrambi descrivono un futuro nefasto, fatto di tirannie, ma mentre sentiamo che nel capolavoro orwelliano l’oppressione è più manifesta, palpabile, nel romanzo Fahrenheit 451 si percepisce in modo particolare durante i roghi notturni dei libri. Uno straordinario personaggio insinua il dubbio nella vita di Guy, si chiama Clarisse, una ragazza che ha il gusto per le piccole cose; con delle semplici domande compie un atto rivoluzionario: gli chiede se è felice, il lettore intuisce che lei dev’essere imbevuta di libri.

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I grillini e la dignità intellettuale

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Questa frase è tratta da un post di Quit the Doner e ultimamente ci penso spesso.

Tra le cose gravi di questo periodo, trovo che la mancanza di rispetto per le opinioni altrui da parte dei sostenitori del M5S sia quella più allarmante, e, personalmente, la trovo veramente irritante. Le etichette vengono affibbiate con una velocità che disarma: non voti Grillo? Allora sei del PD o del PDL, quindi automaticamente sostieni ogni singola persona o azione che proviene da questi partiti. come se non avessi il benché minimo spirito critico.

Ecco, tutto questo senza concederti il beneficio del dubbio e con una violenza di giudizio senza appello: tutte le loro parole hanno un solo sottotesto “Ecco l’ennesimo coglione che non vota Grillo, non ha capito un cazzo”. Continua a leggere “I grillini e la dignità intellettuale”

Marinetti avrebbe gridato allo scandalo | La Centrale Montemartini

Quando si entra alla Centrale Montemartini, colpisce subito l’odore tipico del grasso che unge le macchine in funzione. Sono spente da anni, ma l’odore è ancora quello. E stride con le forme gentili delle statue antiche, ancor di più il nero delle montagne di ferro con le copie di sculture in pietra chiara.

Era una centrale termoelettrica, all’inizio del Novecento, oggi è un esempio affascinante della cosidetta archeologia industriale; per una scelta felice custodisce una parte di copie greche che si trovavano ai Musei Capitolini: doveva trattarsi di una breve permanenza, in attesa che i locali del complesso capitolino fossero ristrutturati, invece la Centrale è divenuta sede definitiva delle sculture.

fonte: web
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Questa foto che ho trovato on line mi ricorda perché ad un iniziale entusiasmo è seguita un po’ di malinconia, mentre mi domandavo se l’uomo abbia ancora il desiderio di concepire opere simili. Continua a leggere “Marinetti avrebbe gridato allo scandalo | La Centrale Montemartini”

Perché la storia della letteratura è come un tè del Cappellaio Matto

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In questo scritto apparso l’anno scorso su CriticaLetteraria.org, mi è piaciuto riportare i brani di due libri che dialogano tra loro.

A Pietro Citati nel 1969 veniva chiesto di riflettere sulla letteratura italiana dell’anno precedente, quindi di poter fare una sorta di previsione letteraria delle tendenze a venire. Per dare un’immagine precisa della sua visione della letteratura, Citati ricorre ad un episodio molto amato della storia di Alice nel paese delle meraviglie: il tè in compagnia del Cappellaio matto e della Lepre Marzolina. È in mezzo a quegli strambi discorsi che i due interlocutori principali, Alice e il Cappellaio, parlano del tempo: l’una come unità di misura musicale, l’altro come di una persona vera, dal momento che nelle sue frasi il tempo viene sempre nominato in maiuscolo, come fosse un nome proprio. Poiché ha avuto modo di discutere e di trovarsi in disaccordo col Tempo, spiega il Cappellaio, per lui tutto si è fermato alle sei di pomeriggio: l’ora del tè all’infinito. Per farvi gustare al meglio le riflessioni di Pietro Citati sulla storia della letteratura, riportiamo prima il dialogo tra i due personaggi di Carroll, quindi il brano del critico letterario, che non lesina anche un giudizio su alice. Ecco perché, secondo Citati, il dialogo tra gli autori di tutti i tempi somiglia molto al tè col Cappellaio matto. Continua a leggere “Perché la storia della letteratura è come un tè del Cappellaio Matto”

Intervista a Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega

Questo brano è apparso per la prima volta su CriticaLetteraria.org il 17/5/2012, quando ho avuto la possibilità di intervistare Martino Mardersteig, che oggi guida la Stamperia Valdonega, a Verona. Un luogo in cui si rilegano libri all’antica, ancora oggi.

Volumi in pergamena, xilografie, tirature personalizzate, siamo abituati a pensare a certe qualità come parte del passato, una parte della storia dei libri che non ci appartiene più. Mostre recenti, come ad esempio Lux in Arcana ai Musei Capitolini di Roma, espongono antichi codici e le descrizioni dei materiali utilizzati ci portano indietro nel tempo, ma la buona notizia è che sono ancora attuali, da qualche parte. Alla Stamperia Valdònega si persegue ancora l’obiettivo di regalare al lettore un libro che sia curato nei minimi particolari, dalla prima all’ultima fase di realizzazione, dove la cura e la scelta dei materiali ha un’importanza fondamentale, tanto da fare di queste edizioni qualcosa di molto distante da quelle a cui ci hanno abituati le librerie.

Per questo è davvero un piacere poterne parlare con Martino Mardersteig, figlio di Hans (Giovanni) Mardersteig, il fondatore dell’Officina Bodoni (libri stampati a mano), nel 1922, che pochi anni dopo fu trasferita a Verona nel quartiere Valdònega, dove nel 1948 Mardersteig fondò anche l’azienda grafica che prese il nome Stamperia Valdònega. Dal 2007 l’azienda fa parte del Gruppo SiZ di Verona. Continua a leggere “Intervista a Martino Mardersteig della Stamperia Valdonega”

Grandi Speranze di Dickens | Brani scelti

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Mentre guardavo distrattamente il film tratto da questo capolavoro, pensavo a quanto sia difficile far sì che una pellicola non ti faccia rimpiangere le pagine di un romanzo, solo dopo pochi minuti. Le pagine intense, lo stile di un autore a cui sei abituato non rendono per nulla facile rinunciare alle immagini della propria fantasia per quelle sul grande schermo.
Nell’edizione Oscar Classici Mondadori di Grandi Speranze, alla fine del volume, si può leggere il capitolo su Dickens tratto dagli appunti di storia della letteratura inglese di Tomasi di Lampedusa.
Ogni artista è creatore di uomini, non foss’altro che di se stesso. Ad alcuni di essi, però, è stata concessa la facoltà di creare dei mondi. […] Dickens è uno dei più insigni creatori di mondi. E il suo mondo è uno dei più singolari: di esso conosciamo ogni campo, ogni strada, ogni volto. Eppure dobbiamo ogni volta dire a noi stessi che non abbiamo mai incontrato alcunché di simile: forse li rivedremo se saremo buoni e andremo in Paradiso. Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare. Kafka soltanto ne ha avuto uno simile; ma il riso di Dickens rende il suo più bello.
Dopo aver letto questo romanzo, le speranze, al plurale, non hanno più lo stesso significato. Non si può fare a meno di associarle ai mezzi con cui un giovane di umili origini, Pip, tenta di costruirsi un futuro solido. Tomasi di Lampedusa accenna anche al realismo magico, che permea le pagine di Dickens:

A giudicare dai molti cassetti e cassettini esistenti nel suo negozio, avrei reputato il signor Pumblechook un uomo molto felice, e mi stupii quando, guardando furtivamente in uno o due dei piani più bassi degli scaffali, e vedendo che c’erano tanti pacchettini di carta marrone, già pronti e legati, mi chiesi con stupore se i semi dei fiori e i bulbi non attendessero una bella giornata di sole per evadere e fiorire. Continua a leggere “Grandi Speranze di Dickens | Brani scelti”

Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa

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Qualcuno sostiene che Il Gattopardo sia una risposta ai Viceré di De Roberto, e una frase tratta da una delle ultime lettere di Tomasi di Lampedusa sembra confortare quest’ipotesi:

Mi sembra che [il romanzo] presenti un certo interesse perché mostra un nobile siciliano in un momento di crisi (che non è detto sia soltanto quella del 1860), come egli vi reagisca e come vada accentuandosi il decadimento della famiglia sino al quasi totale disfacimento; tutto questo però visto dal di dentro, con una certa compartecipazione dell’autore e senza nessun astio, come si trova invece nei Viceré.

Quel che è certo è che i romanzi di entrambi gli autori raccontano la decadenza di una famiglia nobile: I Viceré da un punto di vista morale e fisico, Il Gattopardo da quello economico e politico, in estrema sintesi e senza rendere giustizia a queste due opere.
Il romanzo del Gattopardo comincia una placida mattina di maggio del 1860, la stessa in cui i Mille sbarcarono a Marsala. È affascinante scoprire quante corrispondenze ci siano tra il romanzo di Lampedusa e la storia della sua vita: la nobile, aristocratica famiglia di cui racconta la decadenza porta il nome di un’isola siciliana, proprio come la sua, ossia Salina; il protagonista del romanzo, però, fa il bagno con le spugne che gli sono state gentilmente inviate da Lampedusa.

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Delle Amazzoni

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Quando sul web cerchi “amazzone” e ti ritrovi le foto di Wonder Woman c’è qualcosa che non va.

Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre.

Scrisse Salustio a proposito della mitologia. In mancanza della psicoanalisi, gli antichi non si fecero mancare un modo per spiegare la mente umana, raccontando di dèi che avevano molto in comune con gli uomini.

Per lo stesso motivo, le Amazzoni non sono mai andate via; non si tagliano i seni per essere più a loro agio con arco e frecce, ma sanno essere “l’uomo di casa”, quando le circostanze lo richiedono. Hanno un rapporto conflittuale con gli uomini, sono convinte di poter vivere senza; sono guerriere, lottano tutti i giorni per poter affermare la loro indipendenza dal maschio, cui non riconoscono alcuna autorità. Agli uomini fanno paura.

Hanno avuto un padre troppo amorevole o troppo assente, nessun uomo potrà mai soddisfarle.

Sono consapevoli dei limiti degli uomini, ancor prima dei propri; non possono perdonare loro di essere come sono.

L’uomo è il diverso, per sensibilità, per modo di pensare, è loro nemico atavico.

Anche certe donne che vogliono costruirsi una famiglia, segretamente custodiscono un’amazzone dentro di loro, non la possono dimenticare perché è da lì che provengono.

La malinconia dei luoghi, il gioco dell’identificazione tra romanzo e realtà nelle opere di Tomasi di Lampedusa

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Il declino è abissale. Le cose, prima, erano molto migliori, più piene. È forse in questo momento che si avvertono i primi sintomi di nostalgia. Comincio a pensare che custodire e perdere gli oggetti non rappresentano due opposti. […] Viktor e Emmy hanno ancora tutto – tutti questi averi, tutti questi cassetti pieni di cose, queste pareti tappezzate di quadri – ma hanno perduto il senso del futuro come ventaglio di possibilità. Ecco la misura della loro decadenza.

Questo paragrafo, preso in prestito da Un’eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal, pur essendo cronologicamente distante da Tomasi di Lampedusa, ha molto in comune col sentire dell’autore del Gattopardo. Di lui conosciamo bene il capolavoro che gli valse il Premio Strega postumo, lo stesso che è stato portato su pellicola da Luchino Visconti, ma spesso ci sfugge che Il Gattopardo non è l’unica opera di Tomasi di Lampedusa. Continua a leggere “La malinconia dei luoghi, il gioco dell’identificazione tra romanzo e realtà nelle opere di Tomasi di Lampedusa”

Brani scelti da Lolita di Nabokov

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A volte, quando l’autore di un classico si prende la briga di parlare di come l’abbia scritto, allora si ha un testo altrettanto interessante. Oltre a Lolita un altro celebre caso che mi viene in mente sono le Postille al Nome della Rosa di Eco, altro testo ricco di succose notizie che è un piacere scoprire dopo la lettura del romanzo.
Nell’edizione dell’Adelphi di Lolita possiamo leggere questa sorta di postfazione dell’autore e farci anche un’idea di cosa potesse suscitare l’uscita di un libro del genere negli anni ’50. Alcune persone che non lo hanno letto, pensano ancora che sia un libro fin troppo licenzioso, altri temono che possa rivelarsi perverso e per questo pesante da leggere. Lolita non è né l’uno né l’altro. Nabokov ha saputo raccontare la storia dell’amore di un uomo adulto per una ragazzina senza che i particolari e il linguaggio si facessero triviali, senza che il lettore smettesse però di avvertire quell’amore come qualcosa di innaturale e distorto. Continua a leggere “Brani scelti da Lolita di Nabokov”