Riflessioni di grandi autrici sulla consapevolezza femminile

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Il punto di partenza ‒ la spinta a voler cambiare la condizione femminile ‒ è sempre stata la presa di coscienza. Il femminismo italiano non sarebbe stato lo stesso senza i gruppi di autocoscienza e le 150 ore che servirono a migliorare l’istruzione delle donne e degli operai negli anni ’70. Così ho raccolto brevi riflessioni di grandi autrici che sono tornate più volte sulla questione femminile nei propri diari e nella produzione letteraria. Mi sono rifatta a voci molto autorevoli e famose: che sia lo spunto per intraprendere o continuare un percorso di lettura curiosa di quelle a noi contemporanee, poiché non mancano.

145301960-be1572b7-d36a-4d9d-81bf-34bb31e5565fTra le voci più pure del panorama letterario italiano, a Sibilla Aleramo dobbiamo riflessioni lucide e spontanee come possono esserlo quelle di un’autodidatta fuori dall’ordinario, a cavallo tra ottocento e novecento. Ho scelto Una donna perché, insolito incrocio tra un romanzo e un’autobiografia, secondo me è la storia di come Aleramo abbia preso coscienza di sé e della condizione femminile, dunque non poteva mancare nella mia breve nota; nelle pagine di questo volume ha riflettuto sul suo rapporto con la madre, con il figlio e con la figura maschile, sul ruolo della donna, sui suoi errori, sulle colpe degli uomini… mentre portava avanti un costante lavorio interiore dovuto alle questioni familiari ed economiche che dovette affrontare, perché all’epoca le donne sposate appartenevano agli uomini in tutto e per tutto e per questo non poté ricevere l’eredità familiare per il solo fatto che suo marito non le concesse l’autorizzazione.

Non punta il dito contro gli uomini, ciecamente, riconduce molte brutture al comportamento di alcune madri:

«E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana».

Quindi osserva con occhio critico la società in cui vive:

«Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni femministe. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale. […] “bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!”. […] “Agire! Questa è la vera propaganda!”».

E attraverso queste riflessioni arriva alle conclusioni più importanti:

«Ed ero più che persuasa che spetta alla donna di rivendicare sé stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche di dignità umana».

 

«Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene e chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?»

George_Charles_Beresford_-_Virginia_Woolf_in_1902_-_RestorationLe riflessioni di Virginia Woolf, tratte soprattutto dai diari e dalla saggistica, sono talmente argute, profonde ed ecumeniche che offrono spunti critici interessanti in ogni occasione. I passi che ho scelto sono tratte dai Diari (Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Beat, traduzione di Giuliana De Carlo) che raccontano di una grande pensatrice. Woolf non smise mai di riflettere sulla questione femminile, aveva alle spalle la consapevolezza di autrici come Austen e Brönte, ereditata com’era dalle letture e dall’analisi critica delle loro opere, più quella derivata da innumerevoli letture di cui i diari restituiscono i programmi rigorosi.

«Questo sarà il primo denaro mio da quando mi sono sposata. Non ne ho mai sentito il bisogno fino a poco tempo fa. Posso ottenerlo, se voglio, ma non mi va di scrivere per denaro».

Conosciamo bene il suo pensiero anche grazie a testi come Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee: quelle dei diari non sono di tenore diverso.

«Grazie a Dio, la mia lunga fatica per la conferenza alle donne è finita in questo momento. […] giovani affamate ma coraggiose: questa è la mia impressione. Intelligenti, impazienti, povere; e destinate a divenire nugoli di maestre. Ho detto loro pacatamente di bere vino e di procurarsi una stanza tutta per loro».

I diari sono percorsi da un ritorno frequente a considerazioni sulla sua libertà e sul fatto che non avrebbe mai smesso di scrivere ciò che volesse, a dispetto del giudizio, della critica e delle vendite.

«Ma ora mi sento del tutto libera. Perché? Ho preso posizione, non temo nulla. Posso fare quello che mi pare. Non più famosa, non più su un piedistallo: non più contesa dalle società; sul mio terreno per sempre».

5b9ddb47-082c-47a2-8a1e-0d8c49008d74_large«Virginia Woolf aiuta. I suoi romanzi rendono possibili i miei […]» scrisse Sylvia Plath nei suoi diari; quelli di Woolf li divorò grata:

«E in questo stesso momento apro il diario benedetto di Virginia Woolf, comprato sabato con Ted insieme a una quantità di suoi romanzi. […] Sento che in qualche modo la mia vita è legata a lei».

Le riflessioni giovanili di Plath sono più irruente:

«Non per essere sentimentale, anche se lo sembro, ma perché diamine ci condizionano con il soave mondo tutto fragole e panna di Mamma Oca o con la favola di Alice nel Paese delle Meraviglie solo per metterci al supplizio della ruota quando diventiamo più grandi e ci rendiamo conto di essere degli individuo carichi di noiose responsabilità? […] Per desiderare ardentemente un appartenente al sesso opposto che ti comprenda e migliori i tuoi pensieri e istinti, per poi accorgerti che il maschio americano venera la donna in quanto macchina del sesso con i seni rotondi e una comoda apertura nella vagina, in quanto bambola dipinta senza altro pensiero nella graziosa testolina che non sia quello di cuocerghi la bistecca per cena e di confortarlo a letto dopo la solita dura giornata di lavoro dalle 9 alle 5».

Che siano sempre pagine portatrici di consapevolezza.

 

Canova e Thorvaldsen a Milano

Una mostra che mette a confronto l’opera dei due artisti alle Gallerie d’Italia e una dedicata ai ritratti di Canova alla Gam: il percorso milanese per scoprire capolavori immortali della scultura

 

Canova, Le tre Grazie, foto di Lorena Bruno

Si sono entrambi misurati sui temi della mitologia, hanno rivaleggiato a Roma tra Settecento e Ottocento, definendo la perfezione, la grazia e, a detta di alcuni, il superamento dei modelli greci, ma le loro opere non erano mai state accostate le une alle altre in una mostra. Alle Gallerie d’Italia fino al 15 marzo è possibile scoprire con i propri occhi cosa li accomuna e in cosa invece si discostano le loro interpretazioni. La mostra, curata da Fernando Mazzocca e Stefano Grandesso, racconta in modo efficace i temi affrontati dai due artisti, la committenza, i loro studi romani e la fortuna delle opere, insieme al modo in cui i contemporanei percepirono la loro arte. È impossibile uscire da quelle sale senza aver provato meraviglia e senza aver imparato molto su entrambi.

Il salone centrale, foto di Lorena Bruno

Le Grazie, Venere, Amore e Psiche, Ebe: i temi del confronto

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Scoprire Segantini alla Galleria d’Arte Moderna di Milano

Nell’anniversario della morte del pittore che celebrò le montagne con la tecnica divisionista, il racconto di una doppia visita a uno dei musei più belli della città

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Segantini, Gli amanti alla fonte della vita, olio su tela, 1896

Il ricordo di Segantini mi porta a quello di una mattina d’estate, quando ho visitato la Galleria d’Arte Moderna di Milano: uno splendido palazzo che nasconde la vista più bella di sé in un giardino misterioso al quale si può accedere solo in compagnia di un bambino.

P1010377La collezione

Anzitutto l’arte. Passeggiando da una sala all’altra si avverte l’estrema cura delle opere e anche molta attenzione alla disposizione: le une dialogano con le altre e anche per questo fotografarle è stato piacevole, sono infinite le combinazioni con le quali si può dare valore a queste assonanze. Ad esempio, nella sala XVI La lettrice di Federico Faruffini (1865) dialoga con La leggitrice, la scultura di Pietro Magni (1864) e anche con la Fanciulla intenta a scrivere di Giovanni Spertini (1866), volti eterei ben diversi dalla Cleopatra di Mosè Bianchi (1865) così procace e tormentata.

La selezione dedicata alla Scapigliatura accoglie una lunga sala con le opere di Medardo Rosso, particolarmente suggestive per i giochi di luce che la cera modellata offre allo sguardo.

Le opere di Segantini

Confesso che era questo il motivo più importante della mia visita: avevo visto Le cattive madri a Vienna, altri suoi dipinti d’ispirazione montana a Londra e mi sembrava magnifico sapere nella collezione permanente della Galleria avrei sempre potuto ammirare Segantini, soprattutto grazie all’Abbonamento Musei Lombardia Milano, che mi permette di tornare ogni volta che mi va. Di Segantini mi piacciono i soggetti, così ispirati alla sua vita in Engadina e così dettati anche da un immaginario ricco di figure femminili eteree o tormentate, viste col filtro del credo religioso; mi piace la tecnica, perfetta per raccontare la luce accecante della montagna, quella di una distesa di neve, quella di una lampada, di notte, o quella mistica delle creature ultraterrene. Un insieme di immagini tratte da una vita semplice, trascorsa al ritmo della natura e di una sovrannaturale frutto del suo modo personale di vivere la fede.

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L’incantevole giardino dedicato ai più piccoli

Mi sarebbe dispiaciuto non poter accedere al giardino solo perché non ero accompagnata da un bambino, così ho provato comunque a entrare e grazie a un piccolo escamotage sono riuscita a visitarlo. Bisogna inoltrarsi là dove gli alberi si fanno più fitti per goderne appieno, oltre il prato all’inglese, perché tra i rami si ha modo di intravedere la bella facciata in stile neoclassico, luminosissima; nel giardino, oltre ai giochi per i più piccoli cui è giustamente dedicato, c’è anche un piccolo specchio d’acqua, dal quale la vista del palazzo è ancora più suggestiva e anche quella vale la visita, soprattutto se muniti di una macchina fotografica.

Il bello dell’Abbonamento ai musei: poter tornare a visitare musei e luoghi d’arte

Un buon lettore è un rilettore, diceva Nabokov, e io credo che il detto valga anche per le altre arti, incluse quelle visive. E non perché in alcuni momenti le sale museali siano affollate e la visita non avviene nelle condizioni ideali, ma perché ogni volta che si torna a vedere un’opera si possono scoprire nuovi particolari che non avevamo notato e si può familiarizzare con l’uso dei colori, la pennellata e con l’idea che l’autore aveva in mente di comunicare; ecco perché quando sono ritornata alla GAM mi sono presa un po’ più di tempo per me, per appuntare qualche riflessione, fare le foto che la prima volta non avevo fatto e per visitare il giardino, nonché approfittare delle panche davanti ai Segantini e godermeli in tutta tranquillità. Ancora una volta.

Una raccolta per rilettori: “Lo stereoscopio dei solitari” di J. Rodolfo Wilcock

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Maschera di Mihaela Sûman

Il tono generale è tragico-sardonico e mi pare maneggiato con una raffinata distrazione; […] Vorrei aggiungere, come considerazione periferica, che Wilcock, scrittore al quale, a mio avviso, è stato dato finora meno del dovuto, è tra le intelligenze più curiose ed estrose dell’attuale letteratura […].

Giorgio Manganelli, Roma, 29 novembre 1966 tratto da Estrosità rigorose di un consulente editoriale, Adelphi 2016

Manganelli si riferisce qui alle poesie di Wilcock, ma credo che queste parole descrivano bene anche i suoi racconti. Nato a Buenos Aires da padre argentino e madre di origine italiana, Wilcock si trasferì in Europa negli anni cinquanta, quando era già uno scrittore, un critico e un traduttore letterario di prim’ordine. Traduttore di opere in spagnolo da ben quattro lingue, decise però di scrivere in italiano, sia per la somiglianza con il latino che per i lettori: il dato fondamentale per lui era «non cadere nel folclore, che è intrasferibile. Per me l’inglese è un po’ troppo folcloristico, ormai; che dire poi dell’inglese degli Stati Uniti, quando prende il volo per conto suo e si appiattisce in centoventicinque parole…». E leggendo le sue opere ci si accorge del resto di quanto una minuziosa e attenta ricerca linguistica fosse importante per Wilcock. Continua a leggere “Una raccolta per rilettori: “Lo stereoscopio dei solitari” di J. Rodolfo Wilcock”

Come funzionano le case editrici di saggistica a pagamento

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Ebbene sì, non è soltanto una prerogativa di chi pubblica narrativa: l’editoria a pagamento riguarda anche la saggistica. Non si può fare una distinzione per genere, perché se l’autore paga per essere pubblicato si vìola l’articolo 118 della legge sul diritto d’autore, sia che scriva saggistica, poesia, narrativa o qualsivoglia genere; e non ha importanza che sia lui a decidere liberamente di pagare per essere pubblicato: questo di fatto va contro la legge, nonché contro il suo diritto. Continua a leggere “Come funzionano le case editrici di saggistica a pagamento”

Perché non tutti quelli che danno libri alle stampe sono editori

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Suzzallo Library all’Università di Washington

In un periodo in cui in Italia vengono pubblicati più di 60mila titoli l’anno, è necessario rifugiarsi nelle librerie in cui i librai sappiano fare il proprio mestiere e in quei testi che ci ricordano cosa sia un editore. Uno di questi è Il mestiere dell’editore di Valentino Bompiani (Longanesi 1988), che lo definì un libro postumo, dato che “raccoglie cose del passato”. Si tratta di una galleria di brevi ritratti di editori fondamentali, da Laterza a Zanichelli, da Salani a Treves, la scrittura è diretta, semplice. Le pagine scorrono velocemente e raccontano per esempio di quel giovane francese che prese parte alla rivolta parigina contro le leggi che limitavano la libertà di stampa; fu tentato dall’idea di una vita passata in Grecia, ma in seguito diventò editore a Firenze, ossia Felice Le Monnier:

Un editore integro negli occhi, nella testa e nelle mani, fedele all’autore, a tutto l’autore senza differenza tra le sue opere maggiori o minori. Vuole che il lavoro intellettuale abbia la sua quota ed è l’affermazione avanti lettera dei princìpi del diritto d’autore.

Gli editori pagano. Un valore che certa editoria del nostro tempo avrebbe bisogno di ritrovare è quello di voler rendere giustizia al lavoro intellettuale in un momento storico in cui chi scrive viene spesso sottopagato. O peggio, quando è l’editore a farsi pagare dall’autore per essere pubblicato: in questo caso egli non può dire di essere un editore. Continua a leggere “Perché non tutti quelli che danno libri alle stampe sono editori”

Le migliori letture del 2016

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Devo dire che è stato un bell’anno di letture. Non è facile scegliere cosa leggere, stare al passo con le pubblicazioni delle case editrici e riuscire a gustarsi ogni pagina è quasi impossibile. Conviene allora cercare il consiglio dei buoni lettori, quello dei librai di fiducia e nel frattempo farsi un palato, come per i vini; imparare a distinguere da soli una lettura che duri una sola stagione da una che ci dia la sensazione di non aver sprecato tempo, perché la lettura è essenzialmente un investimento di tempo da dedicarci.

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Qualche riflessione su “Mescolo tutto” di Yasmin Incretolli

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Gina Pane

Quand’ero piccola assegnavo il mio nome a qualunque cosa rotta, alle bambole a cui mia madre attuava scalpatura come figurazione tangibile d’una punizione senza possibile redenzione.

Mescolo tutto, menzione speciale al Premio Calvino 2015 e pubblicato da Tunué, è il primo libro di Yasmin Incretolli, ventiduenne romana. Quando si legge questo romanzo la prima riflessione riguarda la lingua; sembra che molti libri su cui gli editori oggi scelgono di puntare  vogliano farci dimenticare quanto sia importante il lavoro di uno scrittore sulla propria lingua. Si direbbe invece che Vanni Santoni, editor della collana Tunué, non voglia rinunciare ai libri in cui la lingua non è scontata, a giudicare dal romanzo di Incretolli e da Lo Scuru di Orazio Labbate, in particolare. Continua a leggere “Qualche riflessione su “Mescolo tutto” di Yasmin Incretolli”

“Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez

29-MARTINEZ-Purgatorio-382x600Il titolo fa subito pensare alla Divina Commedia, viene da chiedersi se tra le pagine di Tomás Eloy Martínez ci sia un riferimento a Dante. La conferma di questo rimando è evidente: l’autore ha intitolato i capitoli del libro con dei versi ripresi dal Purgatorio; suonano come degli esergo, tanto sono in linea con la trama e i suoi personaggi.

L’incipit recita:

Simón Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

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