Perché non tutti quelli che danno libri alle stampe sono editori

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Suzzallo Library all’Università di Washington

In un periodo in cui in Italia vengono pubblicati più di 60mila titoli l’anno, è necessario rifugiarsi nelle librerie in cui i librai sappiano fare il proprio mestiere e in quei testi che ci ricordano cosa sia un editore. Uno di questi è Il mestiere dell’editore di Valentino Bompiani (Longanesi 1988), che lo definì un libro postumo, dato che “raccoglie cose del passato”. Si tratta di una galleria di brevi ritratti di editori fondamentali, da Laterza a Zanichelli, da Salani a Treves, la scrittura è diretta, semplice. Le pagine scorrono velocemente e raccontano per esempio di quel giovane francese che prese parte alla rivolta parigina contro le leggi che limitavano la libertà di stampa; fu tentato dall’idea di una vita passata in Grecia, ma in seguito diventò editore a Firenze, ossia Felice Le Monnier:

Un editore integro negli occhi, nella testa e nelle mani, fedele all’autore, a tutto l’autore senza differenza tra le sue opere maggiori o minori. Vuole che il lavoro intellettuale abbia la sua quota ed è l’affermazione avanti lettera dei princìpi del diritto d’autore.

Gli editori pagano. Un valore che certa editoria del nostro tempo avrebbe bisogno di ritrovare è quello di voler rendere giustizia al lavoro intellettuale in un momento storico in cui chi scrive viene spesso sottopagato. O peggio, quando è l’editore a farsi pagare dall’autore per essere pubblicato: in questo caso egli non può dire di essere un editore.

Gli editori che racconta Bompiani sono impegnati socialmente e il loro lavoro può essere strettamente connesso alla propria libreria. Nicola Zanichelli, per esempio, operò “a Modena sotto il regime austroestense, in una piccola libreria” acquistata “faticosamente”. Nel 1849 un editto stabilì la chiusura della libreria affinché non vi si parlasse di politica e Zanichelli andò in carcere perché accusato di tenere libri proibiti. In seguito però

La libreria Zanichelli è diventata il luogo di incontro e di dialogo dell’intelligenza cittadina liberale e cavouriana, aperta a tutte le correnti ideologiche.

9788830415188_0_0_300_80Anche di questo abbiamo bisogno. Di librerie che diventino avamposti di cultura e di dialogo, perché da qualche anno è molto difficile per un libraio trasformare la propria libreria in un luogo simile. Non tutti gli editori dialogano in modo speciale con i librai; ne ho conosciuti alcuni piuttosto restii a intrattenere rapporti con chi i libri li vende e penso che anche questo sia un male dell’editoria del nostro tempo.

Molti editori cominciarono mentre imperversava la censura dell’Impero austriaco, oppure furono attivi nel periodo del fascismo.

Gli editori sanno che non tutti possono scrivere. Per esempio, durante il Ventennio, qualcuno fece notare a Laterza che non c’era alcun libro fascista nel suo catalogo e lui rispose prontamente che che se gli avessero portato un buon libro fascista l’avrebbe subito pubblicato. Gli si rispose che c’era “un libro del colonnello tal dei tali” e lui:

Mi dispiace, ma i colonnelli non capiscono niente di libri.

L’attenzione alla grafica. Bompiani definisce Le Monnier un editore “di rigore bodoniano”, poiché usò caratteri molto semplici, per questioni di costo; descrive Zanichelli come un editore che sceglieva con cura “la carta, i caratteri, l’inchiostro, studiava con prove e riprove il formato, il frontespizio, il corpo dei caratteri”.

“La grafica è un’idea, come la Patria”, dice Bompiani, e descrive il libro come un oggetto limitato nello spazio, pensato dall’uomo, umano, in cui “sono stati fermati tutti i momenti della nostra storia, una colata di fatti, di idee, di parole”. L’autore arriva così a stabilire in fretta una delle funzioni più alte del libro: garantire la memoria e farne scoprire il valore.

C’è dunque in quest’arte un elemento unico: la sua origine soltanto umana e la sua destinazione a bene comune.

Anche di questo l’editore dovrebbe farsi sempre garante, e per questo motivo chi pubblica libri solo dietro compenso e non per contribuire alla cultura del proprio tempo non persegue questo fine.

Gli editori dunque selezionano i testi da pubblicare. Emilio Treves aveva la “qualità di base”, appunta Bompiani: leggeva tutti i manoscritti che riceveva, si informava leggendo le riviste letterarie e leggeva anche i libri da tradurre, poiché conosceva il francese e l’inglese. Non conosceva il tedesco, che infatti manca all’appello nel suo catalogo. Giulio Cesare Sansoni diede alle stampe opere di italianistica, che “segnavano la ricerca di una più definita immagine dell’identità culturale e spirituale” della città di Firenze, racconta l’autore.

Gli editori sono imprenditori, ma sono servitori della cultura. Di Sonzogno, scrive infatti Bompiani:

L’accortezza e il gusto del successo gli appartengono, ma sotto, ma dietro, c’è un’altra cosa e non si è editori se dietro i libri non c’è un’altra cosa, che si vuol servire.

I libri che vengono pubblicati non sono meno importanti di quelli rifiutati, e sono parte del ritratto dell’editore, lo definiscono in tutto e per tutto. La solidità economica di una casa editrice non può che essere strettamente connessa alla qualità dei suoi libri, avverte Bompiani: “I bestseller passano, i veri scrittori durano”.

Sono queste, dunque, le coordinate che possono aiutarci a distinguere gli editori da chi semplicemente pubblica libri. Certo, dopo questi esempi, aggirandoci tra gli scaffali di una libreria ci sembrerà di contare pochissimi editori che corrispondano a questi ritratti. Sono pochi, nonché i più coraggiosi e non è difficile riconoscerli. Un altro modo per farlo è quello di scorrere i titoli pubblicati “dieci anni prima del successo”, suggerisce Bompiani, perché sono “quelli che formeranno il catalogo e il vero patrimonio”. La funzione più importante dell’editore è dunque quella di incidere sulla cultura del proprio tempo, con coraggio:

Ogni opera stampata ha una sua ombra che indica da che parte viene la luce. Quell’ombra è il segno dell’editore.

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