“Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez

29-MARTINEZ-Purgatorio-382x600Il titolo fa subito pensare alla Divina Commedia, viene da chiedersi se tra le pagine di Tomás Eloy Martínez ci sia un riferimento a Dante. La conferma di questo rimando è evidente: l’autore ha intitolato i capitoli del libro con dei versi ripresi dal Purgatorio; suonano come degli esergo, tanto sono in linea con la trama e i suoi personaggi.

L’incipit recita:

Simón Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

E così questa narrazione in terza persona coinvolge il lettore nella storia di una donna che ha perso il marito a causa della dittatura argentina. Emilia si chiede se sia proprio lui quello seduto lì, che parla inglese così bene come suo marito non faceva e che sembra non essere invecchiato nemmeno di un giorno. «La vera identità delle persone sono i ricordi», si rassicura, quindi non ha importanza se Simón non è cambiato mentre lei è invecchiata. Da qui Martínez prende a raccontare di lei per mezzo di un flashback che fa ritornare il lettore indietro nel tempo; e di altri salti temporali come questo sono fatte le sue pagine. Emilia, come il marito, disegna carte geografiche e questa non sembra essere una scelta casuale da parte di un autore che ha vissuto in esilio.

Martínez prosegue il flashback con la descrizione del primo incontro dei due innamorati, durante il quale Simón racconta a Emilia di come aveva conosciuto la sua ex ragazza. Anche questo espediente si ripete più di una volta, così si ha l’impressione di leggere molte storie nella storia, senza che il filo della narrazione sia interrotto o che lo si perda di vista. In questo modo Martínez tesse le maglie delle vicissitudini di Emilia e Simón, intrecciate con quelle della dittatura argentina: il padre di lei, Dupuy, è molto vicino alla giunta militare, e l’autore non esita a spostare lo sguardo dalle vicende della protagonista femminile ai meccanismi biechi della censura, della sparizione di migliaia di persone e di chi subisce l’esilio. È questo il tormento di Martínez, questo il purgatorio di cui vuole parlare, mentre descrive quello di una donna che vive il dramma della dittatura e la sparizione del marito.

La Chiesa cattolica credeva che il purgatorio fosse il luogo dove le anime imperfette si purificavano, per poter entrare in paradiso. Si insegnava ad accettare i tormenti come un atto di amore nei confronti di Dio, e tutte le forme si penitenza e castigo erano il purgatorio. Prima era così, ora no. […] Il purgatorio è un’attesa di cui si ignora la fine.

Giornalista e scrittore, con l’avvento della dittatura Martínez è costretto all’esilio, i suoi libri vengono bruciati in piazza. Descrive il regime in modo molto accurato, ma non usa i nomi dei comandanti «per non far loro troppo onore», spiega Francesca Lazzarato nella postfazione del romanzo, in cui chiarisce anche il rapporto tra la fiction e la cronaca giornalistica in Martínez. Si tratta di due entità separate: il romanziere non descrive la realtà in modo letterario, ma propone una fiction che ha molto in comune con i fatti realmente avvenuti; il giornalista si attiene fedelmente alla cronaca e fa buon uso degli strumenti che la letteratura può offrirgli per una scrittura di migliore qualità. Del resto Martínez possiede uno stile denso e poetico.

In Purgatorio l’autore compie una scelta importante, svela l’identità del narratore impersonale e adotta la narrazione in prima persona. Questo cambiamento, le digressioni verso altre storie e i flashback rendono la lettura di Purgatorio estremamente sfaccettata, molteplice. La trama oscilla tra realtà e illusione, una frase in particolare chiarisce l’intento dell’autore, in questo senso: «I romanzi si scrivono per questo: per rimediare all’assenza perpetua di quello che non è mai esistito».


Di seguito, alcune citazioni tratte da Purgatorio:

«L’aria era satura di odio non saziato».
«Che cosa rende una persona quella che è? Non i suono o il contenuto delle sue parole, non le linee del corpo, niente di visibile».
«[…] erano nell’età in cui non volevano assomigliare a nessuno e trovavano stupefacente assomigliarsi».
«Quelli non credevano in Dio e neppure nella famiglia, e la patria per cui lottavano era più sovietica o castrista che argentina: una patria esotica, la patria socialista».
«I versi l’hanno eccitata, è ancora abbastanza viva da infiammarsi, masturbarsi, appartenere a sé stessa, visto che non ha voluto appartenere a nessuno».

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