Whiplash, Goffredo Fofi e il jazz


L’altra notte ho sognato che frequentavo un corso tenuto da Goffredo Fofi in cui si guardava un film di Hitchcock e poi si leggeva il passo del libro da cui era stato tratto. Pensavo di essere definitivamente impazzita, invece un senso c’era eccome. La sera successiva sono andata al cinema e ho visto Whiplash.

Non sapevo nulla del film, quindi non avevo idea di cosa aspettarmi, a parte la storia di un batterista; ho avuto spesso a che fare con i batteristi, a cominciare da mio padre, che avrebbe voluto chiamarmi Ludwig.
«Come Beethoven?» chiese mia madre.
«No, come la batteria» disse lui.

Whiplash drummer

Il film si apre con questo corridoio scuro, in fondo c’è un ragazzo che ci sta dando dentro con le bacchette e, in modo abbastanza prevedibile, si accorge che c’è un pezzo grosso della sua prestigiosa scuola di musica che lo sta ascoltando. Cerca musicisti, pensa tu. È così che comincia la storia di questi due personaggi, che ha fatto discutere e molto.

In breve tempo Andrew, questo il nome del morettino dal viso anonimo, entra a far parte della band di Fletcher (un ottimo pianista, nonché un docente severissimo). Quest’insegnante lo tratta con simpatia, gli chiede della sua famiglia, scoprendo facilmente i punti deboli del giovane allievo; lascia che intraveda le potenzialità del suo modo di suonare e poi distrugge quelle brevi illusioni tirandogli un piatto e mancandolo per un pelo, prendendo a calci il tamburo e usando ciò che sa del suo passato familiare per umiliarlo, per ferirlo il più possibile. Andrew non si arrende e comincia una vita in simbiosi la batteria, si esercita fino a far sanguinare le mani, esclude tutto e tutti dalla sua vita. Allora non possiamo che notarlo, questo ragazzo con le spalle un po’ cadenti, il viso pieno di cicatrici, gli occhi scuri, segnati dalla stanchezza e da una crescente vena di pazzia. Consapevole delle proprie capacità, Andrew si trasforma in una persona arrogante, irascibile, sempre più ossessionata dalla musica e dai classici del jazz. Sapevo che ascoltare Ella Fitzgerald, Miles Davis e Dave Brubeck non vuol dire sapere cosa sia il jazz e per di più mi ero persa pezzi come Caravan e Whiplash. Mi dispiace aver visto il film senza conoscerli a memoria, ne avrei goduto in modo differente, o forse mi sarei incazzata per le aspettative deluse, ma alla fine il risultato è stata una gran voglia di correre a casa per riascoltare quelle tracce mille volte.

Dicevo, il protagonista arriva al limite, il rapporto con Fletcher precipita. Allora mi è venuto da pensare che basta, Andrew, togliti quella batteria dalla testa, o molla Fletcher, troverai comunque il modo di suonare, stagli proprio lontano. Tutto ciò che di negativo c’è nel loro rapporto è reso in maniera evidente, non mi è sembrato fosse giustificato in alcun modo, se non nelle parole di Fletcher, qualche scena più tardi, parole che non mi sono sembrate la morale del film.

Potrei andare avanti, senza però riuscire a rendere l’efficacia delle immagini, della musica e la storia, che in termini narrativi è molto bella. Dirò però cosa diavolo c’entrava il sogno su Goffredo Fofi. A quanto pare Whiplash non gli è piaciuto, lo ha addirittura paragonato ai film di Clint Eastwood, perché anche alcuni tra quelli sono incentrati sull’ossessione di diventare qualcuno e sull’eterna lotta tra winner e losers: l’ovvia conclusione di Fofi è che questo film, (come quelli di Eastwood) propone valori di destra. Sono da sempre una persona di sinistra, sono convinta che ogni attimo della nostra vita quotidiana sia intrisa di politica, ma non credo che ricondurre sempre un film o un libro ai valori di questa o quell’altra ideologia sia opportuno. A volte sa proprio di forzatura.

Fofi scrive poi: «Davvero: che palle! (per altro, per quel poco che ne capisco, perfino il jazz non è più lo stesso, tutto scritto e imbracato, e con molta minore libertà di improvvisare, inventare, “creare”)». Qua devo dargli ragione, nelle lezioni non c’è spazio per l’improvvisazione.

Whiplash è una favola per gonzi di destra, titola il suo pezzo, io mi fermerei alla parola favola, perché la storia di qualcuno che ce la fa in questo modo non può essere presa sul serio; mi limito a prenderne il buono, a riflettere sul fatto che riconoscersi talmente tanto in un’attività da non riuscire a immaginarsi diversamente è affascinante, e che senza perseverare – ma non ossessionandosi, eh – non si può raggiungere un obbiettivo importante.

Naturalmente Chazelle non è il primo regista a raccontare dell’alunno e del maestro in certi termini, Vittorio Parisi ha rintracciato modelli diversi da quelli citati da Fofi, mi sono sembrati molto attinenti.

Personalmente, al di là di tutte le parole sulla politica, i riferimenti cinematografici e tutto il resto, mi hanno molto coinvolta le scene in cui il protagonista si esercita per andare a tempo, per tradurre in movimenti perfetti quelle note sullo spartito, velocissime, da far sanguinare le mani. Per diverse ore, ascoltando quella musica, sono rimasta lì, nella scena in cui, con uno sguardo fin troppo carico di determinazione, Andrew attacca Caravan in un modo in cui non avrebbe potuto, se non avesse speso ore e ore alla batteria.

Ah, che cacchio c’entrava Hitchcock? Be’, Fletcher fa molta paura, io ve l’ho detto.

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