La malinconia dei luoghi, il gioco dell’identificazione tra romanzo e realtà nelle opere di Tomasi di Lampedusa

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Il declino è abissale. Le cose, prima, erano molto migliori, più piene. È forse in questo momento che si avvertono i primi sintomi di nostalgia. Comincio a pensare che custodire e perdere gli oggetti non rappresentano due opposti. […] Viktor e Emmy hanno ancora tutto – tutti questi averi, tutti questi cassetti pieni di cose, queste pareti tappezzate di quadri – ma hanno perduto il senso del futuro come ventaglio di possibilità. Ecco la misura della loro decadenza.

Questo paragrafo, preso in prestito da Un’eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal, pur essendo cronologicamente distante da Tomasi di Lampedusa, ha molto in comune col sentire dell’autore del Gattopardo. Di lui conosciamo bene il capolavoro che gli valse il Premio Strega postumo, lo stesso che è stato portato su pellicola da Luchino Visconti, ma spesso ci sfugge che Il Gattopardo non è l’unica opera di Tomasi di Lampedusa. Ci sono rimasti gli appunti di Storia della Letteratura Inglese e Francese, da cui sono state tratte le Lezioni su Stendhal (edite da Sellerio) e I racconti curati da Giorgio Bassani e pubblicati da Feltrinelli. E proprio all’autore del Giardino dei Finzi-Contini dobbiamo la pubblicazione del Gattopardo, romanzo dalla vicenda editoriale un po’ travagliata: il dattiloscritto che Francesco Orlando scrisse sotto dettatura del Principe Lampedusa passò, tra le altre, nella mani di Elio Vittorini, che lo considerò inadatto alla collana I Gettoni, allora edita da Einaudi, restò a lungo in un cassetto di Elena Croce e vide la pubblicazione solo un anno dopo la morte dell’autore, nel 1958.
I Racconti contengono anche I ricordi d’infanzia, delle pagine assolutamente fondamentali per conoscere una parte della vita di Tomasi di Lampedusa, per capire quale fosse il suo rapporto coi luoghi in cui era nato e cresciuto, che vanno ben oltre Palermo. Ne descrive tutto: odori, colori, aspetto e le sensazioni positive che gli avevano sempre procurato. Il lettore che abbia già gustato Il Gattopardo, vi può facilmente riconoscere l’elegante palazzo dei Salina dalle molte stanze disabitate e la sfarzosa residenza estiva che l’autore colloca in una fantasiosa Donnafugata. In una delle sue ultime lettere Lampedusa risolverà il dubbio di molti studiosi sull’identità della vera Donnafugata, che poco ha a che fare con l’omonimo paese siciliano:

    Donnafugata come paese è Palma; come palazzo è Santa Margherita.

Palma, ossia Palma di Montechiaro, fu fondato dai Lampedusa niente meno che nel ‘600, insieme al suo convento, in cui Isabella Tomasi passò i suoi giorni e morì in odore di santità: è lei la “Beata Corbera” del Gattopardo, ed è quello di Palma il convento in cui solo a don Fabrizio è lecito entrare, come del resto a Tomasi di Lampedusa, ultimo patrone del paese. Visitò il Palma di Montechiaro pochi anni prima della sua morte, una visita certamente importante per la stesura di uno dei capitoli del romanzo, in cui don Fabrizio si reca dalle monache ma lo stesso privilegio non tocca al suo nipote preferito, Tancredi.

    Tancredi è fisicamente e come maniere, Giò;

Scrive ancora Lampedusa, alludendo a Gioacchino Lanza Tomasi suo figlio adottivo, che qui vediamo a sinistra, con la fidanzata, accanto a Lampedusa e la moglie.
Santa Margherita del Belice è il paese in cui i Lampedusa passavano le estati, nello splendido palazzo Filangieri Cutò, crollato nel famoso terremoto, ricostruito e oggi sede di un Parco Letterario dedicato all’autore. Le descrizioni dei giardini gattopardeschi dai profumi soavi o talvolta troppo forti furono scritti pensando a questo giardino e a quello della casa di Palermo. Persino il viaggio per arrivarvi è riprodotto fedelmente nel romanzo e nel film di Visconti, per quei paeseggi brulli e assolate della Sicilia.
Ma perché il paragrafo tratto dal libro di de Waal parla di Tomasi di Lampedusa? Perché descrive bene cosa significa la decadenza di una famiglia ricca, a cui rimangono i propri preziosi oggetti, semplici testimoni di una ricchezza che è andata perduta. E alla parola nostalgia di de Waal sostituirei malinconia, che è uno dei sentimenti che si avvertono più nettamente leggendo il modo in cui Tomasi parla della sua casa natale, distrutta durante un bombardamento nel 1943. Anche Il Gattopardo racconta della decadenza di una famiglia nobile, sorte che era toccata alla stessa famiglia di Tomasi di Lampedusa, che per vari motivi perse i luoghi della sua vita, distrutti dalle bombe o persi per i debiti di gioco di uno zio tutto particolare.
I Ricordi della sua infanzia ci chiariscono il modo in cui Lampedusa era legato ai suoi luoghi, che per lui erano molto più che semplici immobili: rappresentavano la sua stessa identità, come persona e come aristocratico e conducono il lettore nei labirinti curiosi del gioco dell’identificazione, alla ricerca di quale luogo della vita dell’autore corrisponde a quelli del romanzo e quale salone stuccato ad arte ha descritto pensando ad uno dei suoi palazzi.
I Ricordi ci parlano di un ragazzino a cui piacesse passare il tempo “più con le cose che con le persone”, ossia coi libri e con gli ambienti della sua casa natale:

Anzitutto la nostra casa. La amavo con abbandono assoluto e la amo ancora adesso quando da dodici anni non è più che un ricordo.

La casa natale di uno dei più illustri autori della nostra letteratura contemporanea sarà ricostruita seguendo i pochi documenti dell’epoca, le descrizioni minuziose dell’autore si stanno rivelando più utili di quanto si potesse sperare.

La casa (e casa voglio chiamarla e non palazzo, nome che gli è stato appioppato com’è adesso ai falansteri di quindici piani) era rintanata in una delle più recondite strade della vecchia Palermo, in via Lampedusa, al n. 17, numero onusto di cattivi presagi ma che allora serviva soltanto ad aggiungere un saporino sinistro alla gioia che sapeva dispensare. (Quando poi, trasformate le scuderie in magazzini, chiedemmo che il numero fosse mutato ed esso diventò 23, si andava verso la fine: il numero 17 le portava fortuna.)

Lorena Bruno

Questo articolo è apparso per la prima volta su CriticaLetteraria.org il 31.12.2011

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