Di come Jane Austen scrivesse senza avere una stanza tutta per sé

Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, Einaudi, 2006

Nel suo saggio su “Donne e romanzo” Virginia Woolf individua quali, secondo lei, possano essere elementi indispensabili per far sì che una donna diventi una brava scrittrice: è fondamentale che lei abbia abbastanza tempo da dedicare alle sue pagine, che abbia dei soldiche le permettano di non dover lavorare per vivere (nel caso non si guadagnasse da vivere scrivendo, chiaramente); è importantissimo che si senta libera di scrivere ciò che pensa e che abbia una stanza tutta per sé. Ed è proprio così che intitola il suo saggio, perché quel piccolo particolare che oggi ci sembra a dir poco scontato, sembra racchiuderli tutti. In verità, scorrendo le pagine della Woolf, ci si rende conto di come per molto tempo sia stato difficilissimo avere questi requisiti e che il più delle volte, soprattutto fino ai primi anni del ‘900, la donna non era in possesso di nessuno di questi. La Woolf fa riferimento alla realtà inglese e alle sue leggi, che in effetti precorsero spesso quelle degli altri paesi europei.
Soltanto dal 1870 “alla donna sposata è consentito per legge di entrare in possesso dei propri beni” e dal 1919 fu concesso alle donne il diritto di voto. Ciò significa che, per quanto le donne potessero lavorare “la legge avrebbe negato loro il diritto di possedere qualunque somma di denaro avessero guadagnato”. Da qui una riflessione – amara riflessione della Woolf – sulla povertà delle donne e sul fatto che fossero considerate incapaci di gestire del danaro o anche solo di essere istruite.
Eppure, nonostante l’uomo si sia impegnato a tenerla nell’ignoranza e nella povertà, la donna, dice W. “è l’animale più discusso dell’universo”. Basta pensare ai fiumi d’inchiostro che sono stati versati a proposito di lei, pensiamo a Beatrice e Laura, a straordinari personaggi shakespeariani come Porzia e Viola.

La donna pervade da cima a fondo la poesia, ma la storia la ignora quasi del tutto.

Ciò spiega anche il motivo per cui per secoli le donne non abbiano scritto nulla. Ci rimangono diari, lettere, poesie, tentativi spesso scherniti dagli uomini: pochissime potevano permettersi un’istruzione, quindi era davvero un fatto straordinario che alcune di loro scrivesse; le risorse delle famiglie venivano investite interamente sui maschi, triste condizione in cui si trovò la stessa Woolf, come scrive all’amica Ethel Smyth a proposito del suo saggio:

Mi sono sforzata di mantenere la mia figura fittizia, leggendaria. Se avessi detto, guardatemi, sono ignorante perché tutti i soldi di casa sono stati spesi per i miei fratelli, che è la verità – bene, avrebbero detto, tira l’acqua al suo mulino, e nessuno mi avrebbe preso sul serio.

Ecco perché, per scrivere Una stanza tutta per sé affida spesso i ragionamenti a fittizi personaggi femminili.
C’erano molti pregiudizi, Woolf parla addirittura di una vera e propria ostilità nel confronti delle donne che mostrassero velleità letterarie, tanto che persino quelle “con una grande predisposizione per la scrittura” si erano convinte che “scrivere un libro sarebbe stata un’impresa ridicola fino a farla apparire folle”, dice la Woolf.
Soltanto a partire dal ‘700 le donne presero a guadagnare scrivendo; scrive l’autrice a proposito del primo Ottocento: “Se una donna voleva scrivere era costretta a farlo nel soggiorno comune”. Si riferisce alle famiglie della classe media, come quella a cui apparteneva Jane Austen.

Come riuscisse a fare tutto questo è sorprendente, perché non aveva uno studio proprio in cui rifugiarsi, e gran parte della sua opera deve essere stata scritta nella stanza di soggiorno comune, dove era soggetta a ogni sorta di interruzioni casuali.

continua la Woolf citando le Memorie di James E. Austen Leigh, nipote dell’Austen.
È decisamente affascinante: Jane Austen non aveva una stanza tutta per sé, eppure scrisse alcuni tra i romanzi più importanti del suo tempo. Niente poesia o teatro, una donna che scriveva in un soggiorno comune non poteva che scrivere romanzi, argomenta la Woolf: aveva sempre sotto gli occhi tutte le convenzioni, i comportamenti, il costume, i comportamenti tipici della sua epoca, non ci stupisce il fatto che sia riuscita ad offrirne uno spaccato tanto ricco di particolari, con una lucidità e un’ironia assolutamente brillanti. Inoltre indagò molto bene la povertà del suo sesso, perché le sue eroine sono giovani donne spesso senza dote. In Orgoglio e Pregiudizio, ad esempio, le sorelle Bennett, corrono seriamente il rischio di perdere la loro casa, qualora il padre morisse, perché la proprietà passerebbe al parente maschio più prossimo, ossia il cugino Collins e non a loro.
Le eroine a lei più care, poi, si sposano per amore, felici sia nella loro ricchezza (Vedi Lizzy e Mr Darcy) che nella “povertà”, come Elinor ed Edward in Ragione e sentimento.
Dunque l’eccezione alla regola della stanza tutta per sé è la Austen, che Virginia Woolf giudica assolutamente libera nel suo pensiero “senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche”, senza rabbia per la sua condizione, e assimila questa libertà a quella di Shakespeare.
Quei sentimenti negativi, del resto, Woolf li scorge chiaramente nell’opera di Charlotte Brontȅ, così arrabbiata per i limiti che la condizione di donna le imponeva.

Così, con minore talento letterario di quanto ne avesse Charlotte Brontȅ, [Jane Austen] riuscì a dire infinitamente di più. E così, poiché libertà e pienezza d’espressione sono l’essenza dell’arte, una tale mancanza di tradizione, una tale scarsità e inadeguatezza di strumenti deva aver avuto un’enorme influenza sulla scrittura femminile.

Tuttavia, dopo pagine e pagine dedicate alle donne e alla denuncia della loro condizione nel corso della storia, la W. esorta a lasciare da parte il proprio sesso, quando si scrive.

[…] è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente: si deve essere una donna-maschile o uomo-femminile. […] perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile.

La vera esperienza, a mio parere, non è leggere Jane Austen o questo saggio della Woolf, ma è leggerli insieme, o uno dopo l’altro. E magari continuare sulle tracce delle letture che suggerisce l’autrice, per leggere con una nuova chiave di lettura (quella della rabbia) i romanzi di Charlotte Brontȅ; o riprendere in mano Shakespeare per sperimentare la libertà del suo pensiero, l’intelligenza, la forza, l’ingegno e a volte il terrore delle sue eroine. Oppure si potrebbe leggere i romanzi di Jane Austen immaginandola seduta nel soggiorno, mentre scriveva senza che gli altri ne fossero al corrente, quando probabilmente assistette a gran parte dei dialoghi che descrisse nei suoi libri, lei che seppe fare a meno di una stanza tutta per sé.
Lorena Bruno
Questa recensione è apparsa su CriticaLetteraria.org il 5.9.11
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