Canova e Thorvaldsen a Milano

Una mostra che mette a confronto l’opera dei due artisti alle Gallerie d’Italia e una dedicata ai ritratti di Canova alla Gam: il percorso milanese per scoprire capolavori immortali della scultura

 

Canova, Le tre Grazie, foto di Lorena Bruno
Si sono entrambi misurati sui temi della mitologia, hanno rivaleggiato a Roma tra Settecento e Ottocento, definendo la perfezione, la grazia e, a detta di alcuni, il superamento dei modelli greci, ma le loro opere non erano mai state accostate le une alle altre in una mostra. Alle Gallerie d’Italia fino al 15 marzo è possibile scoprire con i propri occhi cosa li accomuna e in cosa invece si discostano le loro interpretazioni. La mostra, curata da Fernando Mazzocca e Stefano Grandesso, racconta in modo efficace i temi affrontati dai due artisti, la committenza, i loro studi romani e la fortuna delle opere, insieme al modo in cui i contemporanei percepirono la loro arte. È impossibile uscire da quelle sale senza aver provato meraviglia e senza aver imparato molto su entrambi.

Il salone centrale, foto di Lorena Bruno

Le Grazie, Venere, Amore e Psiche, Ebe: i temi del confronto

Appena si entra nel salone centrale, un incanto di luce e marmi, si può subito ammirare il confronto più atteso: quello tra i gruppi delle Grazie; e immediatamente si percepisce la differenza delle interpretazioni, una costante che possiamo notare in ogni soggetto nel quale entrambi gli artisti si sono confrontati. A sinistra Le Grazie di Canova, dall’Ermitage, riprese in movimento e in atteggiamenti che esprimono complicità: si abbracciano, si guardano con intensità, si avverte subito la loro vicinanza; a destra Le Grazie con Cupido di Thorvaldsen, dal Thorvaldsens Museum, sono senza veli: tra loro la complicità è così composta e pensosa da esprimere una maggiore maturità.

Nella sala dedicata alla rappresentazione di Venere, si assiste a un altro celebre confronto: Canova ritrae la dea nel momento in cui esce dal bagno e si porta le mani sul corpo per coprirsi con gesti aggraziati e lievemente pudichi, mentre si curva un po’ in avanti; la dea descritta da Thorvaldsen, invece, appare ancora senza veli, sicura di sé, mentre mostra il pomo della discordia, come vuole il mito.

Così complici e teneri Amore e Psiche stanti di Canova, concentrati sulla farfalla tra le dita di lei e sorpresi in un abbraccio confidenziale, amoroso; così assorti Amore e Psiche con il vaso di Thorvaldsen, mentre osservano un piccolo vaso, ripresi in un momento malinconico.

Ebe, la coppiera degli dei, a sinistra rappresentata da Canova, a destra da Thorvaldsen. Foto di Lorena Bruno

La Nike di Samotracia, Museo del Louvre
Una delle sale ospita le opere che ritraggono uno dei miei personaggi mitologici preferiti: Ebe, coppiera degli dei e, secondo alcuni, dea della gioventù spregiudicata. Non c’è un vero e proprio mito su di lei, forse per questa sua indefinitezza lascia più spazio alla fantasia. Le due sculture si trovano l’una accanto all’altra: quella canoviana, che con un gesto quasi enfatico sta per versare il vino nella coppa, avanza verso di noi mentre il vento fa aderire la veste sulle sue gambe, tanto da farmi tornare in mente la Nike di Samotracia; e quella di Thorvaldsen, che sosta pensosa osservando la coppa, elegante, come se stesse ripensando ai versi di Lorenzo il Magnifico sulla giovinezza che fugge via, consapevole che non vi è alcuna certezza del futuro.

La fortuna delle opere, la gloria dei due artisti

L’aspetto interessante della mostra, oltre all’incanto delle opere presentate, è il racconto puntuale del modo in cui Canova e Thorvaldsen vissero da artisti a Roma e quello in cui furono glorificati dopo la morte. Una delle sezioni è infatti dedicata alle opere che ritraggono entrambi gli atelier dei due artisti, luoghi immensi dove non solo scolpivano e dipingevano, ma dove esponevano le proprie opere e dove dimostravano di fare non solo ciò che ricevevano come committenze, ma anche ciò che l’estro suggeriva loro; inoltre molta parte della mostra è dedicata anche alla fortuna di entrambi: ritratti e sculture che li celebrano come tra i più grandi artisti di tutti i tempi, ognuno dei due onorati nei rispettivi paesi come autentici miti e le loro opere come la più alta espressione dell’arte e della bellezza. È dunque possibile ammirare anche opere di altri autori, che in verità popolano tutta la mostra, arricchendo il racconto della sensibilità sui temi toccati dai due protagonisti dell’evento.

L’ex Banca Commerciale Italiana

Foto di Lorena Bruno
Merita un cenno anche il luogo che ospita la mostra, che ruba l’attenzione più di una volta, anche mentre si passeggia tra meraviglie di marmo simili. I suoi ambienti richiamano lo stile neoclassico: vale la pena alzare lo sguardo nella sala centrale, verso gli orologi che si incontrano per i corridoi o osservare gli elementi d’arredo della banca, dove riconosciamo sportelli eleganti, seppure dallo stile semplice. Senza rendersi conto, visitando la mostra, ci si troverà in una sala che ospita il Cantiere del ‘900, una selezione di opere d’arte contemporanea che fanno parte della collezione Intesa San Paolo, a meravigliarsi di come l’espressione artistica si sia evoluta e della complessità di questa evoluzione.

Canova. I volti ideali alla Galleria d’arte Moderna di Milano

Fonte della foto: http://www.gam-milano.com
Nel caso si fosse ancora desiderosi di ammirare la grazia del tocco di Canova, alla GAM Milano sono in mostra molti dei suoi ritratti in marmo, un percorso suggestivo sulla rappresentazione canoviana della bellezza femminile: le teste ideali − dunque ritratti idealizzati, non reali −, furono concepite negli ultimi anni della sua carriera, quando la fama era ormai all’apice. In questo modo si ha l’occasione di vedere esposte le sue sculture in un contesto perfetto, perché la villa stessa è una struttura in stile neoclassico e ospita nella collezione permanente alcune opere di Canova, tra cui l’originale modello in gesso della Ebe che si può ammirare alle Gallerie d’Italia; si puà inoltre proseguire la visita godendo della collezione permanente della Galleria, che merita di essere frequentata il più possibile, poiché è un bellissimo viaggio nell’arte italiana dell’Ottocento in una villa magnifica, su un giardino misterioso e indimenticabile.

Informazioni utili

Gallerie d’Italia
Piazza della Scala 6
Milano
Dal 25 ottobre 2019 al 15 marzo 2020.
Da martedì a domenica dalle 9:30 alle 19:30.
Giovedì dalle 9:30 alle 22:30.

Canova. I volti ideali , Galleria d’Arte Moderna di Milano
via Palestro 16 – 20121 Milano
Martedì – domenica 9.00 – 19.30
Il biglietto di ognuna delle due mostre consenti di visitare l’altra con ingresso a tariffa ridotta.

Scoprire Segantini alla Galleria d’Arte Moderna di Milano

Nell’anniversario della morte del pittore che celebrò le montagne con la tecnica divisionista, il racconto di una doppia visita a uno dei musei più belli della città

P1010395
Segantini, Gli amanti alla fonte della vita, olio su tela, 1896

Il ricordo di Segantini mi porta a quello di una mattina d’estate, quando ho visitato la Galleria d’Arte Moderna di Milano: uno splendido palazzo che nasconde la vista più bella di sé in un giardino misterioso al quale si può accedere solo in compagnia di un bambino.

P1010377La collezione

Anzitutto l’arte. Passeggiando da una sala all’altra si avverte l’estrema cura delle opere e anche molta attenzione alla disposizione: le une dialogano con le altre e anche per questo fotografarle è stato piacevole, sono infinite le combinazioni con le quali si può dare valore a queste assonanze. Ad esempio, nella sala XVI La lettrice di Federico Faruffini (1865) dialoga con La leggitrice, la scultura di Pietro Magni (1864) e anche con la Fanciulla intenta a scrivere di Giovanni Spertini (1866), volti eterei ben diversi dalla Cleopatra di Mosè Bianchi (1865) così procace e tormentata.

La selezione dedicata alla Scapigliatura accoglie una lunga sala con le opere di Medardo Rosso, particolarmente suggestive per i giochi di luce che la cera modellata offre allo sguardo.

Le opere di Segantini

Confesso che era questo il motivo più importante della mia visita: avevo visto Le cattive madri a Vienna, altri suoi dipinti d’ispirazione montana a Londra e mi sembrava magnifico sapere nella collezione permanente della Galleria avrei sempre potuto ammirare Segantini, soprattutto grazie all’Abbonamento Musei Lombardia Milano, che mi permette di tornare ogni volta che mi va. Di Segantini mi piacciono i soggetti, così ispirati alla sua vita in Engadina e così dettati anche da un immaginario ricco di figure femminili eteree o tormentate, viste col filtro del credo religioso; mi piace la tecnica, perfetta per raccontare la luce accecante della montagna, quella di una distesa di neve, quella di una lampada, di notte, o quella mistica delle creature ultraterrene. Un insieme di immagini tratte da una vita semplice, trascorsa al ritmo della natura e di una sovrannaturale frutto del suo modo personale di vivere la fede.

P1010405

L’incantevole giardino dedicato ai più piccoli

Mi sarebbe dispiaciuto non poter accedere al giardino solo perché non ero accompagnata da un bambino, così ho provato comunque a entrare e grazie a un piccolo escamotage sono riuscita a visitarlo. Bisogna inoltrarsi là dove gli alberi si fanno più fitti per goderne appieno, oltre il prato all’inglese, perché tra i rami si ha modo di intravedere la bella facciata in stile neoclassico, luminosissima; nel giardino, oltre ai giochi per i più piccoli cui è giustamente dedicato, c’è anche un piccolo specchio d’acqua, dal quale la vista del palazzo è ancora più suggestiva e anche quella vale la visita, soprattutto se muniti di una macchina fotografica.

Il bello dell’Abbonamento ai musei: poter tornare a visitare musei e luoghi d’arte

Un buon lettore è un rilettore, diceva Nabokov, e io credo che il detto valga anche per le altre arti, incluse quelle visive. E non perché in alcuni momenti le sale museali siano affollate e la visita non avviene nelle condizioni ideali, ma perché ogni volta che si torna a vedere un’opera si possono scoprire nuovi particolari che non avevamo notato e si può familiarizzare con l’uso dei colori, la pennellata e con l’idea che l’autore aveva in mente di comunicare; ecco perché quando sono ritornata alla GAM mi sono presa un po’ più di tempo per me, per appuntare qualche riflessione, fare le foto che la prima volta non avevo fatto e per visitare il giardino, nonché approfittare delle panche davanti ai Segantini e godermeli in tutta tranquillità. Ancora una volta.

Una raccolta per rilettori: “Lo stereoscopio dei solitari” di J. Rodolfo Wilcock

19190775_10212922618878420_1374649640_n
Maschera di Mihaela Sûman

Il tono generale è tragico-sardonico e mi pare maneggiato con una raffinata distrazione; […] Vorrei aggiungere, come considerazione periferica, che Wilcock, scrittore al quale, a mio avviso, è stato dato finora meno del dovuto, è tra le intelligenze più curiose ed estrose dell’attuale letteratura […].

Giorgio Manganelli, Roma, 29 novembre 1966 tratto da Estrosità rigorose di un consulente editoriale, Adelphi 2016

Manganelli si riferisce qui alle poesie di Wilcock, ma credo che queste parole descrivano bene anche i suoi racconti. Nato a Buenos Aires da padre argentino e madre di origine italiana, Wilcock si trasferì in Europa negli anni cinquanta, quando era già uno scrittore, un critico e un traduttore letterario di prim’ordine. Traduttore di opere in spagnolo da ben quattro lingue, decise però di scrivere in italiano, sia per la somiglianza con il latino che per i lettori: il dato fondamentale per lui era «non cadere nel folclore, che è intrasferibile. Per me l’inglese è un po’ troppo folcloristico, ormai; che dire poi dell’inglese degli Stati Uniti, quando prende il volo per conto suo e si appiattisce in centoventicinque parole…». E leggendo le sue opere ci si accorge del resto di quanto una minuziosa e attenta ricerca linguistica fosse importante per Wilcock. Continua a leggere “Una raccolta per rilettori: “Lo stereoscopio dei solitari” di J. Rodolfo Wilcock”

Come funzionano le case editrici di saggistica a pagamento

pexels-photo-62471.jpeg

Ebbene sì, non è soltanto una prerogativa di chi pubblica narrativa: l’editoria a pagamento riguarda anche la saggistica. Non si può fare una distinzione per genere, perché se l’autore paga per essere pubblicato si vìola l’articolo 118 della legge sul diritto d’autore, sia che scriva saggistica, poesia, narrativa o qualsivoglia genere; e non ha importanza che sia lui a decidere liberamente di pagare per essere pubblicato: questo di fatto va contro la legge, nonché contro il suo diritto. Continua a leggere “Come funzionano le case editrici di saggistica a pagamento”

Perché non tutti quelli che danno libri alle stampe sono editori

Suzzallo Library at University of Washington,.jpg
Suzzallo Library all’Università di Washington

In un periodo in cui in Italia vengono pubblicati più di 60mila titoli l’anno, è necessario rifugiarsi nelle librerie in cui i librai sappiano fare il proprio mestiere e in quei testi che ci ricordano cosa sia un editore. Uno di questi è Il mestiere dell’editore di Valentino Bompiani (Longanesi 1988), che lo definì un libro postumo, dato che “raccoglie cose del passato”. Si tratta di una galleria di brevi ritratti di editori fondamentali, da Laterza a Zanichelli, da Salani a Treves, la scrittura è diretta, semplice. Le pagine scorrono velocemente e raccontano per esempio di quel giovane francese che prese parte alla rivolta parigina contro le leggi che limitavano la libertà di stampa; fu tentato dall’idea di una vita passata in Grecia, ma in seguito diventò editore a Firenze, ossia Felice Le Monnier:

Un editore integro negli occhi, nella testa e nelle mani, fedele all’autore, a tutto l’autore senza differenza tra le sue opere maggiori o minori. Vuole che il lavoro intellettuale abbia la sua quota ed è l’affermazione avanti lettera dei princìpi del diritto d’autore.

Gli editori pagano. Un valore che certa editoria del nostro tempo avrebbe bisogno di ritrovare è quello di voler rendere giustizia al lavoro intellettuale in un momento storico in cui chi scrive viene spesso sottopagato. O peggio, quando è l’editore a farsi pagare dall’autore per essere pubblicato: in questo caso egli non può dire di essere un editore. Continua a leggere “Perché non tutti quelli che danno libri alle stampe sono editori”

Le migliori letture del 2016

pexels-photo-113776

Devo dire che è stato un bell’anno di letture. Non è facile scegliere cosa leggere, stare al passo con le pubblicazioni delle case editrici e riuscire a gustarsi ogni pagina è quasi impossibile. Conviene allora cercare il consiglio dei buoni lettori, quello dei librai di fiducia e nel frattempo farsi un palato, come per i vini; imparare a distinguere da soli una lettura che duri una sola stagione da una che ci dia la sensazione di non aver sprecato tempo, perché la lettura è essenzialmente un investimento di tempo da dedicarci.

Continua a leggere “Le migliori letture del 2016”

Qualche riflessione su “Mescolo tutto” di Yasmin Incretolli

DECADES-R-SAULTON_pane
Gina Pane

Quand’ero piccola assegnavo il mio nome a qualunque cosa rotta, alle bambole a cui mia madre attuava scalpatura come figurazione tangibile d’una punizione senza possibile redenzione.

Mescolo tutto, menzione speciale al Premio Calvino 2015 e pubblicato da Tunué, è il primo libro di Yasmin Incretolli, ventiduenne romana. Quando si legge questo romanzo la prima riflessione riguarda la lingua; sembra che molti libri su cui gli editori oggi scelgono di puntare  vogliano farci dimenticare quanto sia importante il lavoro di uno scrittore sulla propria lingua. Si direbbe invece che Vanni Santoni, editor della collana Tunué, non voglia rinunciare ai libri in cui la lingua non è scontata, a giudicare dal romanzo di Incretolli e da Lo Scuru di Orazio Labbate, in particolare. Continua a leggere “Qualche riflessione su “Mescolo tutto” di Yasmin Incretolli”

“Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez

29-MARTINEZ-Purgatorio-382x600Il titolo fa subito pensare alla Divina Commedia, viene da chiedersi se tra le pagine di Tomás Eloy Martínez ci sia un riferimento a Dante. La conferma di questo rimando è evidente: l’autore ha intitolato i capitoli del libro con dei versi ripresi dal Purgatorio; suonano come degli esergo, tanto sono in linea con la trama e i suoi personaggi.

L’incipit recita:

Simón Cardoso era morto da trent’anni quando Emilia Dupuy, sua moglie, lo incontrò all’ora di pranzo nella saletta riservata di Trudy Tuesday.

Continua a leggere ““Purgatorio” di Tomás Eloy Martínez”